Non userò WhatsApp
Non accetterò i nuovi termini di WhatsApp. No, non perché Facebook mi spia. La questione è più complessa.

Il complotto
Le motivazioni per le quali non userò più l’app di messaggistica sono molteplici e il complottismo non c’entra nulla.
Facebook non è il male, anzi mi sono convinto che come azienda stia facendo un onesto sforzo per avere un impatto positivo su molti problemi del nostro tempo.
Ti basta dare uno sguardo qui Building Global Community — Mark Zuckerberg e qui A Conversation with Mark Zuckerberg and Yuval Noah Harari — About Facebook.
Primo spoiler alert: in una società globale e complessa come quella in cui viviamo non c’è spazio per élite di potere, composte da poche persone, in grado di condizionare e governare l’andamento di economia, politica e progresso tecnologico. Non possono esistere, il mondo e i suoi processi sono molto più complessi di quanto ci immaginiamo. Ci sono solo delle grandi disuguaglianze, purtroppo.
Secondo spoiler alert: se, come me, vivi in Europa, hai un patrimonio limitatissimo e non sei un personaggio pubblico riconosciuto a livello mondiale, le tue conversazioni private interessano solo alla tua cerchia di amici per poter fare dell’informato gossip di qualità. L’intuito mi porta a immaginare che nessuno abbia interesse a investire gran quantità di denaro per avere pettegolezzi di qualità sulla mia cerchia di conoscenti.
Il business
Gli incassi di aziende come Facebook, almeno per ora, dipendono dalla vendita di spazi pubblicitari ad altre imprese. E quello di cui ha bisogno un buon venditore di inserzioni è dell’attenzione interessata di un pubblico ampio. I tuoi dati sono utili per capire cosa ti interessa e guidare le tue decisioni di acquisto. E di quelli come te.
Quando accedi a WhatsApp o Gmail, di fatto stai comprando l’utilizzo di un utile servizio usando come moneta di scambio la tua attenzione multicanale (per il mercato dell’advertising) e i tuoi dati (per alimentare i reparti di ricerca e sviluppo dei fornitori del servizio). Non è gratis.
Quando acquisto qualcosa, come la mia assicurazione, valuto prezzo, beneficio, qualità del servizio e simpatia che per l’azienda o il suo rappresentate. Non sceglierò mai l’assicurazione meno conveniente con le procedure di attivazione polizza più complesse e con una comunicazione vagamente discriminatoria.
Seguendo la stessa logica, scelgo il fornitore di messaggistica istantanea che mi garantisce un servizio migliore a un prezzo più basso e con l’icona più simpatica, e mi riservo la possibilità di poterlo cambiare in futuro.
Non scelgo un fornitore che mi impone un aggiornamento forzato e poi dichiara “tanto a voi europei non cambia nulla per la GDPR”. O che fa una confusione tale nello spiegare gli aggiornamenti dell’Informativa sulla privacy da dover essere costretta a spostare la data di entrata in vigore e comprare degli spazi pubblicitari per evitare di perdere clienti. Non scelgo un fornitore che chiede in cambio la mia attenzione su diversi canali in modo invasivo, lo ritengo troppo costoso.
Telegram non è ragionevolmente meglio di WhatsApp nella gestione della proprietà dei dati e della privacy. Ma per ora non richiede la mia attenzione su altri canali e non condiziona le mie scelte di acquisto.
Il futuro
Più che la privacy, è la proprietà dei dati che ha valore in questo momento storico e noi la stiamo distribuendo ad minchiam.
Se hai criticato— non per forza negativamente, ma con un certo grado di consapevolezza — l’ascesa di Trump e Putin o la Brexit, ma allo stesso tempo ritieni irrilevante l’aggiornamento delle policy di WhatsApp, ti invito a curiosare di più per comprendere le implicazioni di alcune scelte che facciamo quotidianamente. Perché quando scegli a chi far gestire la proprietà dei tuoi dati stai di fatto facendo un acquisto, cedendogli la quota di valore che essi hanno nel mercato.
Il punto non è proteggere la nostra privacy per paura di essere controllati. Anzi credo che dati e algoritmi ci aiuteranno a vivere meglio nel futuro prossimo e, per avere questo beneficio, dovremo cedere parte della nostra riservatezza. La tutela de dati personali è solo parte di una problematica più ampia. Le scelte, a partire da quelle personali, che facciamo oggi avranno impatto nel determinare il futuro della nostra società.
La maggior parte dei governi, e la politica in generale, non ha la più pallida idea di come gestire una mole di dati così rilevante. È uno tsunami digitale che ha travolto chi amministra la cosa pubblica.
Al momento, creazione, distribuzione e proprietà dei dati è concentrata su poche aziende private. Apple, Amazon, Baidu, Facebook, Google, Tencent, per citare le principali.
Alcune di queste aziende stanno prendendo molto seriamente la riservatezza. Apple, ad esempio, ha avviato una serie di iniziative che aumentano il livello di trasparenza sui dati che vengono collezionati dalle varie app presenti nello Store. L’azienda di Cupertino chiede agli sviluppatori di descrivere i dati che raccolgono sugli utenti e inviano a terze parti, inoltre li invita a richiedere il consenso esplicito al tracciamento. Questo, per farla breve, permette a noi utilizzatori incalliti di app di negare il consenso agli sviluppatori di inviare i nostri dati ad aziende terze.
La cosa curiosa è che, cito testualmente dalla documentazione ufficiale per gli sviluppatori di Apple, “Tracking refers to the act of linking user or device data collected from your app with user or device data collected from other companies’ apps, websites, or offline properties for targeted advertising or advertising measurement purposes”.
La parola chiave qua mi sembra ”other companies”. Se un utente di un’app negasse il consenso al tracciamento, di fatto negerebbe il trasferimento di dati verso competitor diretti di Apple, come Google o Facebook. Mi sembra una bella mossa strategica nel mercato della compravendita dei dati. A voler pensar male. Mi piace immaginare che in realtà sia un onesto sforzo verso la trasparenza. In ogni caso è evidente che la competizione sulla proprietà dei dati è accesa e noi ne siamo parte.
Questa enorme concentrazione di dati rilevanti è una cosa che nell’intera storia dell’umanità non si è mai verificata e, grazie alla convergenza di informatica, bioingegneria e medicina, questo mette in mano di pochi privati un enorme potere.
Tutto ciò ha già un impatto concreto sulle nostre vite. Ti basta pensare a quanti dei tuoi ultimi acquisti sono stati condizionati da una pubblicità vista sui social o dai suggeriti in sconto su Amazon.
Le intelligenze artificiali che iniziano a sostituire lavoratori umani, i veicoli a guida autonoma per le strade, la medicina e la bioingegneria in grado non solo di curare ma anche di potenziare, sono solo alcune delle cose che troveranno applicazioni concrete nelle nostre vite nei prossimi decenni.
E questo potrebbe essere un bene per tutti noi o anche un grande disastro e non siamo minimante consapevoli dell’impatto. Di sicuro non siamo in grado di prevedere tutte le implicazioni.
È una cosa di cui essere consapevoli oggi come individui appartenenti a una società globale, non un problema remoto. Lo dimostra il fatto che stiamo sperimentando e osservando il comportamento di comunità a reddito universale, di fatto stiamo cercando di capire come si comporta un uomo e una comunità che non ha bisogno di lavorare perché gli è garantito un guadagno a vita mentre i robot svolgono la maggior parte delle mansioni. Adesso.
Al momento la cosa più sana da fare mi sembra quella di tenere accesa la competizione tra le aziende private che hanno in mano questo enorme potere, sperando che chi amministra riesca a coprire il netto distacco tra politica e tecnologia. Da singoli individui possiamo farlo solo con scelte consapevoli, acquistando in modo più informato i servizi e i prodotti che consumiamo.
Il tema è aperto e se hai voglia ci facciamo una bella chiacchierata davanti a una birra. 🍻